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Formazione: metodologie didattiche e setting d’aula

posted on giugno 20th 2014 in Training with 0 Comments

Marco-Trainer

L’organizzazione di un corso di formazione inizia con la progettazione didattica attraverso la quale si devono definire i cosiddetti skills del corso, ovverosia quali siano le abilità che si intendono trasferire con esso: vanno quindi puntualmente definiti obiettivi, destinatari ed argomenti. Il formatore, infatti, produce competenze oppure trasferisce conoscenze.

Due importanti elementi da considerare in fase di progettazione sono le metodologie didattiche e il setting formativo.

Formazione aula12

Le metodologie didattiche applicabili sono quelle tradizionali in aula (istruzione programmata, lezione, lettura, discussione, caso, simulazione, esercitazione, role play, gruppo di studio, ecc.), ma anche quelle emergenti definite outdoor (outdoor development/outdoor bound, learning community, autonomy laboratory, action learning, joint development activities, metodi riflessivi, coaching).

Riguardo a quelle tradizionali, la scelta va effettuata tenendo conto che progressivamente si passa dal mero ascolto passivo al massimo coinvolgimento in base alla seguente strutturazione:

  1. Lezione frontale in presenza
  2. Lezione a distanza (FAD)
  3. Dibattito, discussione
  4. Testimonianza
  5. Esercitazione su casi studio
  6. Autocaso
  7. Simulazione
  8. Role play
  9. Project work (laboratori)

Formazione aulaA

La lezione frontale è utile per fornire contenuti nuovi e strutturati, ma generando un ascolto passivo si hanno sia una durata limitata dell’attenzione, sia la mancanza di un feedback immediato. La lezione a distanza (FAD) favorische le logistiche e la gestione dei tempi con notevoli risparmi (basso impatto ambientale), ma l’interazione tra docente e discente è incompleta e si possono generare delle limitazioni di natura culturale. Il dibattito/discussione favorisce un apprendimento argomentativo e cattura l’attenzione, ma vi è il rischio di deriva su argomenti poco attinenti, oltre che di escludere i più timidi. La testimonianza è efficace soprattutto nel caso di argomenti innovativi e/o complessi, permettendo una conoscenza diretta e veloce tra i discenti, ma un’eventuale limitata capacità di chi parla riduce la possibilità di trasferire la testimonianza agli altri. Il case study permette di applicare alcune conoscenze acquisite, pur richiedendo un tempo significativo, anche per analizzare i risultati. L’autocaso poggia su conoscenze note ai partecipanti ed è fortemente coinvolgente, ma richiede tempi lunghi mettendone a rischio la comunicabilità. La simulazione è utile nelle attività di problem solving, ma richiede strutturazione e tempi significativi. Il role play è fortemente interattivo, ma risulta utile solo per alcuni tipi di contenuti e se non è ben strutturato si corre il rischio di generare situazioni fuori tema. Il project work, infine, crea il massimo coinvolgimento pur necessitando di tempistiche molto lunghe, ma ha il grande vantaggio di produrre qualcosa di impiegabile nel contesto lavorativo.

Il setting formativo è invece il modo di posizionare la scrivania del docente e quelle dei corsisti: il setting tradizionale è quello frontale (modalità comunicativa unidirezionale), ma ci sono anche quelli che favoriscono la comunicazione bidirezionale e da molti a molti (ferro di cavallo, gruppi di scrivanie dei corsisti). In caso di setting tecnologico, invece, la posizione principale verrà assunta dagli strumenti didattici tecnologici (telo di proiezione o lavagna luminosa). La scelta del setting andrà fatta tenendo in debita considerazione gli elementi di prossemica (relazioni di vicinanza spaziali nella comunicazione) e di cinesica (linguaggio del corpo) del formatore, oltre che il suo stile comunicativo.

Formazione aulaB

 

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